sabato 23 settembre 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: ripristinare la qualità tecnica

Senza voler andare ad aprire ulteriori vortici interpretativi su un'annosa questione che riguarda il virtuosismo e la musica, si può senza dubbio affermare che gli ultimi vent'anni di essa (in linea generale), abbiano premiato il sentimentalismo e non la capacità tecnica con cui produrlo. Non è che i musicisti non le abbiano apprese quelle capacità nelle rispettive scuole di musica (conservatori, accademie, corsi, etc.), piuttosto le hanno tramutate in relazione ai gusti del pubblico che, ad un certo punto, ha rifiutato la complessità trascinando anche i musicisti nell'idiozia di un pensiero generalizzato. Sarebbe ora di ripristinare un tantino l'equilibrio a favore dell'equazione abilità tecnica=contenuto emotivo, che per secoli ha dominato il pensiero occidentale della musica. E' su queste premesse che ho selezionato questi quattro nuovi cds di musicisti (più conosciuti e trattati in questa rubrica o ancora talenti che si trovano ad un epidermico stato di conoscenza dell'audience). 

L'approdo di Francesco Massaro sulle pagine di Musica Jazz e di molti punti critici dell'informazione, mi rendono molto felice. Con molta modestia, penso di aver intuito, prima degli altri, il talento che il sassofonista già serbava qualche anno fa: non siamo solo stati "fans" reciproci delle nostre attività, c'era un'intesa di fondo sulle prospettive del mondo e della vita. Francesco, dopo aver accantonato l'idea di ulteriori elaborazioni tra la musica improvvisata e le tradizioni salentine (assieme a Rocco Nigro, vedi qui la mia recensione dell'epoca), ha partorito il progetto del Bestiario, ossia un quartetto pro-patafisica con la flautista Mariasole De Pascali, il pianista Gianni Lenoci e il percussionista Michele Ciccimarra, spostando l'attenzione dalla prelibatezza di una forma improvvisativa fondata essenzialmente sull'assolo ad una basata sul collettivo. Indiscutibilmente pensato nei suoi particolari, il Bestiario ha affinato la percezione delle proprie intenzioni dopo il debutto (leggi qui le parole che scrissi su quel cd), giungendo al nuovo episodio di Meccanismi di Volo. Sgomberando il campo da possibili equivoci, vorrei sottolineare come l'ispirazione di Massaro e soci, nella costruzione del pensiero musicale, non sia una derivazione di idee sfruttate nella storia contemporanea: non aspettatevi di trovare le condensazioni musicali di Messiaen, Feldman o di altri illustri autori chiamati in causa, perché lo scopo di Francesco è quello di proporre un proprio approccio, che delle idee di quei compositori ha solo lo scheletro dell'idea. In tal senso, Meccanismi di volo vi sembrerà un irrazionale apoteosi di quei linguaggi, un predicare sviluppi senza congruenze; ed invece, sta tutta lì l'incandescente verità della musica improvvisata del futuro, basterebbe solo scorgerla. Queste 9 nove tracce migliorano ciò che era stato detto in Bestiario marino poiché presentano un paio di maturazioni: la prima sta nella maggiore intraprendenza della De Pascali, una flautista che sta ampliando le sue doti velocemente; l'altra è incastonata nel progetto del gruppo e sta nel fatto che i "meccanismi" cominciano a rodarsi nella maniera giusta, con una distribuzione degli interventi equilibrata e nella quale spesso Massaro non assume in nessun modo una posizione da leader. Come dire è il nodo di una corda dove ognuno spinge con la sua creatività. Così mentre l'introduzione pianistica in solo di Lenoci, seguita nel suo sviluppo da brevi ed implacabili sottolineature di Ciccimarra, è un tuffo del tutto personale nelle oasi degli spazi di risonanza alla Feldman, le successive Paradisea (courtship dance) e Esercizio di distaccamento pongono in primo piano la De Pascali e una considerevole serie di tecniche non convenzionali (tra cui un'eccellente abilità nel passaggio tra il soffio e il parlato, dove quest'ultimo presenta caratteri emotivi diversi da quelli classici di Kirk). Massaro viene introdotto da Murmuration, come un effetto girandola del clima vissuto dalla musica, si introduce in simulazione e si innesta in corale; il suo clarinetto basso viaggia tra strozzature e pigre soffiate nella apprensiva Tecniche di ornitomanzia, dove il quartetto raggiunge un primo zenith; la breve The Cabinet of the Dr Stroud offre una sorta di tecnica granulare di gruppo, mentre Sagittarius serpentarius affila le armi del sax baritono nei toni sporchi e dissonanti, tre minuti intensi in cui Francesco simula le tonalità del canto difonico, una circostanza che si ripete nella conclusiva Canis Major, un corale quasi all'unisono che si pone in antitesi con l'introduzione, dove quest'ultima era l'apertura di un sogno, mentre il finale diventa una sovversiva requiem. Un pezzo magistrale, massimale, che viene arricchito dalle chitarre di Adolfo La Volpe e Valerio Daniele, qui in vesti di ospiti ed aggiotatori di live electronics. 

La Rudi Records di Massimo Iudicone produce sempre cose interessantissime. Qui vi propongo Maria Merlino, una sassofonista alto siciliana, che ha pubblicato recentemente Alos, un cd che presenta finanché una bellissima cover (una foto di biglie su uno sfondo pittorico astratto che potrebbe simulare la densità di Einstein). Non penso di sbagliarmi quando dico che della Merlino se ne è parlato veramente poco (sul web appena un paio di recensioni), sottovalutando le sue capacità. In Alos la Merlino si propone in trio con il chitarrista Giancarlo Mazzù e il bassista Domenico Mazza, in una creativa sequela di brani improvvisati originali che, oltre a mettere in evidenza le sue qualità, mostrano un perfetto equilibrio con le velleità sonore dei suoi partners. Un trio in gran forma, a cui la Merlino aggiunge la sua espressione, tersa, libera e soprattutto in possesso dell'arte del guizzo, un'arte che nel sax ha caratterizzato lo stile di molti campioni del jazz. La Merlino, però, si distingue per una sua personalità, frutto anche di un bagaglio di formazione classica che permette anche intromissioni musicalmente eterogenee, come si evince già dall'iniziale Cappero, dove un sassofono completo di tutti gli umori alla fine incontra delle condensazioni alla Byrds (un contrappunto inserito da Mazzù); la suite di 4 brani in successione che compone Alos è ancora più esplicativa sull'entusiasmo che al momento pervade l'attività di ricerca della sassofonista (classe 1985): molta fantasia, improvvise modificazioni degli assetti e linee melodiche intelligenti condivise con gli input musicalmente strabici di Mazzù e Mazza. L'omaggio a Braxton è conseguenza della riconoscenza che l'artista nutre per l'americano, causa la partecipazione al suo Sonic Genome, mentre impressionano pezzi come Mica o Cat per la tensione e maturità che già trasportano con loro.

Da queste pagine molto è stato detto a proposito dei chitarristi nordici e di come siano diventati anche un centro di emulazione fuori dai loro confini nazionali. Lavorare oggi sulla chitarra significa anche abbracciare il parco accessori che se ne delinea: preparazioni, set specifici di amplificazione e gestione delle pedaliere. Il chitarrista moderno lavora su queste coordinate. Qui vi propongo Daniele Principato, un bravissimo chitarrista italiano, che pur ispirandosi a modelli nordici, ne propone una via di interpretazione diversa, con una chiave sperimentale autonoma. Daniele ha un filo diretto con chitarristi come Stian Westerhus, Arne Hiorth o Eivind Aarset (con cui ha anche suonato), e adotta un'ampia casistica di varie tipologie di chitarra elettrica, molto spesso usate con preparazioni sulle corde o pedaliere specifiche. Daniele è stato così cortese da propormi un solo con pubblicazione indipendente, dal titolo Fondali. Ho così accolto la scoperta e compreso con piacere che Principato vola via lontano con il suono: si prendano ad esempio le montagne di feedback e polveri sonore che fanno da sfondo ai gemiti della sua chitarra in Severe by you, che realizzano la bella copia di una musica di un videogioco; oppure il leggero dub che riesce a creare in Feedbass, un pezzo non certamente pensato per la ritmicità. Sono mondi sonori strani ed affascinanti quelli che Principato chiama giustamente "..jam sessions recorded live between ash and stars..", che hanno una loro dimensione melodica oltre il guscio dell'erosione, e sono il frutto di un'attività di consuetudine e sperimentazione sulle possibilità dei suoni di cui Daniele possiede padronanza tecnica estrema. C'è anche lo spazio per un allungamento delle atmosfere, per moderne romanze in loco (Attemp to vanish) o ambientali (Nowhere near), per visioni oscure (La Terra) o apocalittiche (Caronte gode di un arrangiamento elettronico di gran pregio).
Fondali propina plurime configurazioni emotive, intercettando anche il senso di insoddisfazione del musicista diviso tra l'avvincente senso della scoperta della vita e l'inconciliabile comprensione delle sue imperfezioni e in definitiva, della sua deriva.


La spettacolarità della corrispondenza tra estensione strumentale e risultato emotivo sta alla base di molti lavori di Nicola Guazzaloca. In una regola che abbraccia la qualità e la continuità del binomio in questione, Guazzaloca (con molti suoi progetti) dimostra di percorrere sempre i piani alti dell'ispirazione. Non fa eccezione l'ultima registrazione dei concerti a Lucca (all'Oratorio degli Angeli nell'agosto del 2015 in occasione del Counterpoint International Festival) e a Bologna (al Teatro S.Leonardo durante l'Angelica Festival del 2016) grazie alla produzione Amirani Records, un corpo musicale che è l'espressione della proficua collaborazione di Guazzaloca con il violista Szilàrd Mezei, un suo pari dedito alle corde della viola. 
La performance è piena di punti di convergenza, un viaggio contorto ed esilarante che parla di più di cento melodie, indica un'attuale punto di vista dell'improvvisazione che si attacca ad un pressante virtuosismo; dal punto di vista dell'immaginazione sonora, questo connubio apre ad un rimando classico, pur non avendo nessun elemento di esso se non altro per il fatto che tutto il mondo musicale in qualche modo proviene da lì. Perciò non è sbagliato rifiutare il pensiero che proietta fuoco su Haydn o su Liszt, nella veste proposta dal duo essi sarebbero irriconoscibili, così come lo sarebbero comunque il Lutoslawski del quartetto d'archi o il Boulez delle sonate al piano, perché in quella lente musicale distributiva anche loro sembrano avere un posto.
Lucca and Bologna Concerts è un turbine dell'improvvisazione, una dimostrazione di splendente creatività ed un fulgido esempio di come anche in questo campo esistano delle individualità intoccabili: con le loro fughe sia Nicola che Szilàrd potrebbero ambire a riempire i teatri di qualsiasi kermesse di musica contemporanea che conti. 



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