Translate

giovedì 13 luglio 2017

Sul saggio Da Mozart a Beethoven di Eric Rohmer

Eric Rohmer è stato un regista francese a cui non difettavano qualità critiche in vari settori delle arti: Assieme a Truffaut, Godard o Rivette, Rohmer coltivò gli interessi di una generazione di registi francesi che documentavano il realismo sotto il cappello della Nouvelle Vague; Rohmer era un ascoltato scenografo e critico cinematografico, ma fu anche scrittore di cicli narrativi e, caso strano, si occupò anche di critica musicale, sebbene nei suoi films alla musica non gli permetteva quasi nemmeno l'ingresso. Ore di ascolto musicale compiute alla radio (Radio France e soprattutto il programma Les Grands Musiciens condotto da Jean Witold) furono utili viatici per costruire una propria metodologia di pensiero, basata essenzialmente sul primato del classicismo musicale e dei suoi attori principali (Mozart, Haydn, Boccherini, Beethoven, etc.). Nel 1996 Rohmer scrisse un saggio dal titolo De Mozart en Beethoven. Essai sur la notion de profondeur en musique per Actes Sud, un testo che è stato prontamente tradotto e ristampato in italiano dalla Mimesis nella collana del Caffè dei filosofi quest'anno, con curatela di Andrea Mello. 
Da Mozart a Beethoven. Saggio sulla nozione di profondità nella musica coglie un raffinato e controverso pensiero sull'intorno del classicismo e su tutte le congetture estetiche e filosofiche che gli si possono attaccare addosso. Il tema della "profondità" ha a che vedere con la condizione emotiva della musica, ma è anche un riflesso di un'analisi acuta compiuta sul pentagramma e sulla segnalazione di forme comparate. Diviso in 10 capitoli, il libro di Rohmer viaggia sulle coordinate del pensiero di Enrico Fubini e dei suoi volumi di estetica musicale ed impegna l'ordine mentale del lettore con una partizione che regala, a Mozart prima e Beethoven poi, gli onori dell'analisi. Una delle idee centrali di Rohmer è l'assoluta asincronia della musica di un periodo con la realtà politica, letteraria od artistica dello stesso arco temporale: è in questa prospettiva che Mozart viene affiancato a Kant, sottolineando la preponderanza di un modello oggettivo dell'arte ed i semi di un idealismo emergente; una circostanza che Beethoven porterà a compimento (nei suoi legami con il Romanticismo), virando verso un pieno stadio soggettivo. Senza negare apertamente nessuna ipotesi contraria (moltissime invero sono le ricostruzioni), Rohmer afferma che il classicismo dell'epoca di Mozart è il momento in cui "...la musica..inizia ad aver la pretesa di dire qualcosa...." e comincia il recupero della semplicità delle arti "....le braccia si tendono, i corpi si raddrizzano, gli arabeschi si rompono, come nei quadri di Greuze...", confinando la musica barocca in una partizione polifonica e metafisica che sarebbe stata superata da una concezione armonica ed idealista della musica che nasce proprio con Mozart e il periodo classico, estendendosi temporalmente fino alla corrente viennese di Schoenberg, che viene denutrita del suo apporto innovativo. E' sintomatica e condivisibile l'affermazione di Rohmer che vede nel classicismo forti condizioni di ambiguità "....tanto da poter leggere le opere di Mozart nelle maniere più contraddittorie: giocose o profonde, allegre o tristi, diaboliche o divine, psicologiche o cosmiche, etc...".
Sono moltissime le latitudini del pensiero intraprese da Rohmer, ma per ciò che riguarda la parte strettamente strumentale dei due compositori trattati in via esclusiva (ossia Mozart e Beethoven), il riferimento alla bellezza e alla piena profondità viene raggiunto nel comparto strings dei due artisti, con una disquisizione anche comparata e consequenziale delle composizioni prese in esame. Per Mozart, Rohmer basa il baricentro delle sue considerazioni sul Quintetto in re maggiore K593, e sul Quintetto in sol minore K516, mentre per Beethoven l'interesse si concentra sugli ultimi fatidici quartetti (dal n. 13 al n. 16). Sono pezzi importanti che permettono a Rohmer di addentrarsi nei territori della sana intuizione, della avanscoperta del tema e dei colori, nonché nella principale differenziazione tra i due compositori, laddove Mozart raggiunge con la forma un sentimento, mentre Beethoven lo aggancia ad un'idea. 
In tempi di demistificazione di partiture e di condivisione di paternità musicali (vedi i recenti contributi musicologici italiani rivolti a Mozart), il testo di Rohmer è al contrario un'esaltazione delle qualità musicali ed emotive di Mozart e di Beethoven e, sebbene insista in una zona critica di relatività soggettiva, ci presenta un'analisi lucida, a tratti avvincente e foriera di riflessione profonda, quanto la musica che vuole rappresentare. 


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.