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mercoledì 26 aprile 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: l'importanza del tema

La storia insegna che l'ispirazione del musicista si connette con una serie di azioni che ne formano il contenuto; tra esse, il lavoro svolto sul tema musicale, la sua creazione e modificazione tramite i parametri essenziali della musica, riveste carattere predominante; dopo il concepimento mentale l'artista si impegna a produrre sequenze musicali che sciolgano la sua riserva creativa in dettagli e rifiniture. Avere un tema da concretizzare può diventare strumento indispensabile per misurare la presa emotiva delle note (tante o poche siano) e la sua buona realizzazione può essere il veicolo utile per creare quelle associazioni aurali che definiscono un iter situazionale, in grado di dare una lettura all'esperienza d'ascolto.
Per questa puntata sull'improvvisazione italiana, ho scelto tre ottime verifiche di quanto detto in casa Aut Records, l'etichetta di Davide Lorenzon di stanza a Berlino, che continua a lavorare di fino nell'ambito della sua programmazione artistica. 


Francesco Chiapperini's InSight  -Paradigm shift-

Emigrato da Bari a Milano, Francesco Chiapperini è musicista di cui ho già assecondato le qualità in precedenti scritti. Qui lo riprendo in considerazione per via di un trio che ha una logica ben precisa per il clarinetto: assieme al chitarrista Simone Lobina e al pianista Simone Quatrana, nella progettualità definita come “InSight”, Chiapperini si dirige verso un settore della musica dove l'equilibrio del tema è essenziale; fulminato dai francesismi del novecento e soprattutto dai panorami sonori di Louis Sclavis, Chiapperini cerca di affermare il proprio senso musicale, attraverso un'operazione che in qualche modo capta l'onda dell'Atlas Trio di Sclavis e del suo relativo sbocco lavorativo in Sources con Coronado e Moussay. Rispetto a quest'ultimo ne riprende il clima intimo e quasi misterioso e forse il Paradigm shift dell'InSight sfiora anche un plagio nell'incipit chitarristico dell'iniziale France mon amour (che ricorda il framezzo di Prés d'hagondange), ma poi rivela un carattere più forte e con meno delicatezze dei francesi, dimostrando che sono possibili percorsi calibrati sulla propria estetica, in tal modo evidenziando un impatto strumentale e una bravura dei musicisti che forse mancavano persino nel Trio di Atlas. 
Gli interventi di Chiapperini disseminati con cura nel corso del lavoro spesso si traducono in veri e propri assalti (o sussulti) emotivi allo strumento come succede in Only Theme o Rock scale; per Lobina e Quatrana numerose sono le occasioni per far emergere la propria fantasia (i propri lavori solistici rivendicano già un forte interesse), un compito che si avvale di qualsiasi mezzo stilistico e di molte trasversalità della musica del novecento, a tutto nutrimento del suono complessivo. Alla fine ciò che si compone e si presenta davanti a noi è un micro-linguaggio, una “illuminazione” che nasce di concerto al tema esplicato, che pretende la sua via ed è diversa dai focolai pastello di Sclavis, più vicina alle atmosfere dinamicamente più forbite del Miles Davis elettrico e della scrittura rock di un certo tipo.


Christian Ferlaino    -Bad habits-

Che il tema dell'integrazione della musica popolare con l'improvvisazione libera non sia stato sufficientemente sviscerato è cosa nota. Si tratta di operazioni coraggiose, fuori dall'alveolo dell'interesse mediatico. In Italia coloro che si approcciano alla materia senza retorica sono veramente pochi e tra tutti, il mio ricordo più vivido e recente, resta ancorato all'Agàpi salentino di Francesco Massaro e Rocco Nigro.
Christian Ferlaino, sassofonista addomesticato a tutti i registri, è invece calabrese ed è un etnomusicologo. Ferlaino ha imbastito uno studio di compatibilità tra la musica folk calabrese e le istanze dell'improvvisatore, organizzando seminari, scrivendo libri specifici sulla musica popolare della Calabria e individuando contesti per una loro trattazione. Ora è venuta l'ora della concretizzazione discografica con questo Bad habits, che nelle seducenti intenzioni dell'autore vuole avvicinare mondi (c'è un testo accompagnatorio al cd che puoi leggere qui): è un sistema che si coordina con il tema popolare di Ferlaino, che nasce dalle idee di Bartok, si arrichisce delle tipicità del folklore intercettato nei suoi studi e sfocia nella libera gestione dell'improvvisazione. In Bad habits ci sono dei momenti eccellenti da prelevare, specie quando Ferlaino sfrutta il massimo delle ricerche comparate: danze e repertorio strumentale specifico (la bagpipe calabrese -la surdulina-, fisarmoniche diatoniche e piccola percussione) si perdono magnificamente negli anfratti del jazz e nella prospettiva dei liberi improvvisatori. 
Prestate ascolto a ciò che succede in Le cattive abitudini dello zampognaro, dove Coltrane ad un certo punto sembra dar la mano ad un integerrimo paesano con la cornamusa, dove l'espansione armonica non deriva dal meccanico ma dalle tecniche di respirazione circolare; oppure alle evidenze di All work and no play, dove si può sposare la dimensione spezzettata di un Evan Parker con un prototipo di melodia tradizionale di cui si fa fatica a ricostruirne l'identità. E si potrebbe continuare fino in fondo al cd. Penso che di questi lavori c'è ne sia bisogno assoluto oggi, se volessimo impostare un'ottica della ripartenza della musica.


DST (Alberto Collodel e Simone Di Benedetto)     -Il sistema periodico-

Primo Levi creò una connessione tra il suo lavoro di chimico e gli scritti di "Il sistema periodico", un libro di racconti che incrocia i primi e tanti esperimenti di laboratorio della gioventù con la deportazione nazifascista in cui incappò e di cui se ne liberò solo grazie alle competenze di quel lavoro. Costituito in 21 passaggi con nomenclatura tratta dalla tavola periodica di Mendeleev, “Il sistema periodico” è lettura che ha sortito un corrispondente effetto musicale nelle esigenze espressive del duo di Alberto Collodel e Simone Di Benedetto, che hanno preso spunto da Levi per una narrazione musicale autonoma. Ciò si compie cercando di esplorare tutte le vertenze emotive che possono scaturire da un approccio artigianale degli strumenti, inviso tra la ricerca di un impianto melodico e una musicalità indotta da un sistema fisico della creazione dei suoni, del soffiare area in un clarinetto o strofinare corde in un certo modo, allo stesso modo con cui si cerca di riuscir bene nelle cose pratiche quotidiane (che sembra fosse una prerogativa dello scrittore torinese).
Questo modo di intendere la musica, in cui la narrazione trae linfa anche da un approccio diretto e liberamente equilibrato sugli strumenti, fa del Il sistema periodico di Collodel e Di Benedetto un perfetto oggetto del saper stendere in musica una divagazione relazionale. Anche a prescindere da Levi, la voce colloquiale stabilita dal DST trascinerebbe nell'alveolo della descrittività aurale, nel possibile viaggio avventuroso frutto di una esposizione o di una situazione calibrata nella musica come un resoconto. Se per Alberto (che qui si dedica ai soli clarinetti) non è la prima volta che ne indico le qualità di eccellente ideatore di progetti e performer, di Di Benedetto ne scopro in questa sede le virtù e la bellezza dell'esposizione, canalizzata in una sorta di disegno puntinista provocato dal pizzicato ricavato allo strumento, dove talvolta ci si avvale di intervento di arco e di leggera scordatura del contrabbasso. C'è dunque anche una trasformazione reale ed interdisciplinare: forse situazioni che passano dalla chimica alla musica (ci si ferma al settimo racconto di Levi che sono tra quelli che ancora non promuovono le vicende più nefaste del deportato) con un'alchemia sonora che può anche fregiarsi di avere un subdolo equivalente pittorico.



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