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giovedì 13 aprile 2017

Jérome Combier: la musica e la cultura dell'immagine

Spesso si afferma che la sperimentazione della realtà visiva abbia un potere cicatrizzante sulla memoria: ad esempio uno schema grafico opportunamente riordinato consente una memorizzazione più rapida di una lezione, così come l'orientarsi con i propri occhi in un nuovo quartiere cittadino senza l'ausilio di segnalazioni fotografiche, consente una sintonizzazione più efficace di un'ambiente. Non c'è dubbio che il compositore francese Jérome Combier (1971) abbia a che vedere con queste problematiche: giovane borsista romano dell'Accademia francese, Combier si è ben presto addentrato in un territorio impervio della musica, ossia cercare specifici punti di contatto tra la musica e le arti visuali, alla caccia di una fantomatica emersione di un'acustica visuale in funzione di una cultura dell'immagine. E' un concetto molto avanzato quello di Combier, che in qualche modo taglia trasversalmente altri argomenti teoricamente affrontati nella musica: penso agli impatti ecologici teorizzati da Schaefer o a gran parte dell'esperienza sensoriale che proviene dai musicisti dediti all'affermazione della musica prodotta attraverso i campi di registrazione (si nutre un eguale rispetto per una corretta valutazione sensoriale degli ambienti). Si diceva impervio perché nonostante le analogie e le corrispondenze che tra le arti si sono da sempre instaurate (molte volte anche con intento retorico), un mostro sacro del pensiero musicale come Boulez ne ha sempre ridimensionato la portata, ritenendo che fosse impensabile poter trovare equivalenti perfetti, data la diversità delle regole con cui le differenti arti si manifestano; a proposito della corrispondenza tra pittura e musica, Combier ha provato a smentire il grande compositore francese, che al riguardo dichiarò che "..la transcription directe d'un universe dans un autre ne peut etre que décevant, parce qu'elle ne tient pas compte de lois propres a chaque univers...". In compagnia del giovane pittore Raphael Thierry ed in molte altre composizioni, Combier ha tentato di impostare una filosofia del fare musica improntata ai dettami della pittura: comporre partiture scegliendo tra strumenti acusticamente condotti alla resa di materiali poveri o comunque non raffinati della pittura (legno, olio, superfici vetrate di sabbia, etc.), spronati dalla luce ad assumere configurazioni emotive (i dipinti di Thierry convergono soprattutto su ritratti del viso opportunamente integrati da sfumature grigie o a tinte scure). Questa convergenza avrebbe dovuto sortire l'effetto del musicista che dipinge o al contrario di un pittore che suona. Ma Combier ha allargato il raggio d'azione e ha cercato (ampliando le scoperte del seminario pittorico e dalle mirate collaborazioni con Thierry) un pensiero compiuto e pluridisciplinare: in tal modo una corrispondenza la si può trovare con il cinema, quando si pensa allo spaesamento psicologico provocato in analogia dai films di Wim Wenders (in Dog Eat dog Combier sente di dover pagar tributo ai bianco-nero, alla presenza-assenza e agli specchi autoriflettenti di Paris-Texas), alla letteratura e alla poetica del ricordo (W.G. Sebald o Beckett sono stati oggetto di riflessione in Austerlitz e delle riduzioni all'osso di Gone). così come approfondita la relazione con l'arte dell'installazione e con la proiezione scenica nel recentissimo Campo Santo, impure histoire de fantomes (composizione multimediale per cinque musicisti, elettronica, poesia e video, con l'assistenza di Pierre Nouvel) per farsi soggiogare dal fascino della trama di Pyramiden, una città fantasma, meravigliosa residenza creata dai russi nell'arcipelago norvegese di Svalbard, ai tempi in cui si conciliava il rigore politico e quello economico. 
Alla fine si scopre, quindi, un filo conduttore che unisce l'espressione di Combier, ed è la rappresentazione di un'arte plumbea, di un sentimento totalmente derubato delle armonie e in grado di erigere, attraverso il materiale ridotto alla sua primordiale essenza, una percezione sensoriale unificabile, in grado di accompagnare tutti i sensi, senza creare sovrapposizioni fra arti e tra sentimenti indotti. 
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Note:
le foto ritraggono Pyramiden e un dipinto di Thierry, Face, oil on canvas 80x80. Inoltre vi segnalo la recente pubblicazione di una nuova monografia discografica per Aeon R. (Gone racchiude l'omonima composizione più Dawnlight, Dog eat dog, Noir gris e Terra d'ombra).



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