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giovedì 30 marzo 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: sublimazioni, live electronics e spunti alchemici di jazz

Nel panorama contemporaneo della musica per chitarra elettrica, le principali innovazioni degli ultimi venti anni hanno insistito su un rinnovo delle espressioni il cui rigore passa attraverso la tecnologia e forme aziendali di estensioni. Si è aperta un'era dove le sinergie con le altre arti sembrano inevitabili e bilanciare fisicamente i riverberi o le pedaliere, alla ricerca di un effetto decadente o metafisico, è nettamente più importante di un assolo; gli stessi gesti del comporre assumono un significato rilevante. Ciò che si presenta davanti è un prodotto completo, un'architettura sonora conscia di dover proiettare una pluralità di obiettivi.
I progetti Fragiles di Luca Perciballi sono perfetti esempio di questa ars nova della chitarra, ma il discorso è sviluppabile anche per il suo primo solo appena pubblicato come How to kill complex numbers; pur non avendo la parte visiva o multimediale (che ritengo possa essere benissimo sviluppata come in altri suoi intendimenti), lavora su un'estenuante alfabeto dialettico con il live electronics, quasi impaziente di tirar fuori suoni da un corpo metallico che finalmente sta avendo la chance di potersi esprimere. Ma non è solo improvvisazione o reazione all'elettronica; la mira è quella di trovare comunque una forma personale in mezzo a tanti elementi disparati, ciò che Perciballi "...interpreta come una complessa costruzione di connessioni e una meditazione sulle complesse relazioni tra materiale, spazio e memoria...". I 9 pezzi che compongono How to kill complex numbers vengono allo scopo divisi in Handwerk e Constellation, raccontano che c'è una mano consapevole che guida gli eventi, che alla fine si prefigge di dimostrare che si può smontare la complessità teorica anche solo attraversando la bellezza e l'eccentricità dei suoni trovati, ma è indispensabile una guida irreprensibile. Mentre negli Handwerks si coltivano i modelli interdisciplinari della contemplazione, della corsa o della prospettiva, nella sezione Constellations il pensiero mira a correggere le ferite (rari pensieri sul cancro, incidenti e pareti dell'incomprensione), trovando sul percorso espressivo ganci dell'immaginazione sonora del tutto sorprendenti, che forse sono in grado persino di spazzare via la distinzione tra pulizia e sporcizia del suono in termini produttivi. In How to kill complex numbers c'è un equilibrio tra risonanze, feedback, ritardi o congestioni estensive. La gabbia della forma scompare solo nell'omaggio a Celan in Schwarze Flocken, in cui l'enunciazione poetica non sembra voler seguire un adeguamento musicale criptato nell'uso del linguaggio dedicato all'Olocausto. Celan in vita si lamentava che gli scrittori tedeschi non sapessero utilizzare un linguaggio appropriato per la poesia ("..the German I talk is not the same as the language the German people are talking here..."), era propulsore di una decostruzione difficile il cui punto di arrivo era di immensa profondità. Questo lavoro può essere trasmesso sic et simpliciter nella musica di Perciballi: allo stato attuale Luca non solo è il chitarrista più preparato e profondo che abbiamo in Italia ma regge benissimo la competizione ideologicamente distribuita tra i chitarristi/compositori americani recenti (penso a Thurston Moore e ai minimalisti prima di tutti) e a quelli naturalistici del Nord Europa. In poche battute, un vanto italiano.

L'uso del live electronics può essere anche un veicolo per coprire manifestazioni inedite del subconscio dell'artista: possono essere frazionamenti mentali, dilatazioni o espansioni applicabili anche alle reinterpretazioni. Ciò che succede in Another kind of Bob Dylan, esordio solistico su A simple lunch del chitarrista Michele Bonifati ha un gancio fortissimo nel principio appena enunciato: grazie ad alcuni espedienti Frisell ci ha insegnato come poter evocare lo spirito di una composizione ricalcandone i suoi contorni e facendo funzionare contemporaneamente risonanze, proiezioni e atemporali distorsioni. Bonifati si lancia in una riproposizione di alcuni masterpieces di Dylan ma il suo è un'accurato modo di evitare qualsiasi potenziamento retorico, a partire già dalle melodie a cui spesso si fa fatica ad attribuire il loro proprietario. Già negli iniziali 8 minuti di Sara/Simple twist of faith si percepisce come Bonifati remi a favore di un chitarrismo nettamente invischiato nel contrasto e nella deturpazione aggiornata del tema sentimentale/poetico di Dylan senza canto (ottime al riguardo le note esplicative di Morozzi all'interno del cd). Quali sono gli ingredienti di questa possibile digestione poetica della musica del menestrello di Duluth?  La base è una pensosa architettura melodica che deve molto a Frisell (Idiot wind o il tema introduttivo di Pat Garrett sono gli esempi meno trattati sulla sua personalità artistica e proiettano quei silenzi, quantunque interessanti, aperti alla vastità della dimensione geografico-spaziale), ma c'è anche un'altra parte, elasticizzata in surreali canovacci, dove poter scorgere i feedback di Hendrix messo sotto attacco da dosi caotiche di elettronica (che Bonifati dimostra di saper utilizzare molto bene in relazione alla funzione voluta) come succede in Masters of war, 10 minuti persi in avvolgimenti sonori che ne ripropongono un senso aggiornato ai tempi, o nella dinamica costruita per fronteggiare un fondo costante ed invadente di elettronica in North country blues. Sono espansioni moderne che meritano di essere evidenziate e che fanno credere in bel futuro. 

Per la A Simple Lunch vi segnalo anche il cd Otto composizioni istantanee del duo Mario Mariotti (tromba, flicorno e radio) e Elia Moretti (batteria, percussioni, vibrafono e xilofono). Mariotti è un musicista oramai giunto a piena maturazione e con un repertorio che si sta facendo sempre più importante: Hovhaness, Bettinelli, Jevtic, Gabrio Taglietti, il live electronics per la tromba tramite Maresz (vedi qui) e tramite Sermila per il flicorno (vedi qui), fino alla partecipazione nel progetto Prossime Trascendenze di Gianni Mimmo. Elia Moretti è invece depositario di molte collaborazioni con importanti jazzisti italiani e della condivisione del progetto elettroacustico di Echoing Calce assieme a Stefano De Ponti (vedi qui un estratto di un'esibizione multimediale al Varvara Festival di Torino del 2016).
Indirizzato come omaggio al ricordo del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, Otto composizioni istantanee intercetta le stimmate di quella storica rappresentazione musicale votata alla sospensione, alle tecniche non corsive e al risultato generato dall'esercizio mirato: ciò che si sostanzia è il moto articolato ma silenzioso e disincantato di Hommage a Vinko Globokar, le indolori pulsazioni di In memoriam Bill Dixon, flussi melodici disorganici che incontrano la tessitura poliritmica in Dedicated to Paul Motian, la sorpresa della nota (preparata o no) appositamente introdotta per creare i lamenti castrati di A la John Cage.
Il benemerito e l'entusiasmo di Schiaffini nelle note interne è emblema di una musica che è dinamicamente l'opposto di quello che ci si può aspettare da un connubio tromba-percussioni, dal momento che sviluppa gli echi e il silenzio e non certamente va alla ricerca di dinamicità ritmica. E' ancora qualcosa che periodicamente ne abbiamo bisogno, specie quando è di ottima fattura (come nel caso del duo Mariotti-Moretti) e viene registrato in un posto eccellente come lo studio Fonologia Monzesi.

Spesso la musica ha un qualcosa di alchemico. E l'alchimia può essere semplice e facilmente riconoscibile. Queste qualità non mancano nel secondo episodio discografico del quartetto dei Foursome, il gruppo dell'organista Giulio Stermieri. Smut! Clock! Spot! si distanzia parecchio da Guuguubarra, perché sembra tralasciare gli sviluppi tecnici intrapresi sull'organo per lasciar posto ad una maggiore invettiva sulle possibilità di sostegno musicale al gruppo, che comunque funziona in virtù delle ottime capacità disponibili nei musicisti partecipanti: Federico Pierantoni al trombone, Simone Copellini alla tromba e Riccardo Frasari alla batteria si concedono uno spazio importante come solisti o fini accompagnatori, un pò come succedeva nelle vecchie formazioni di jazz. E la loro bravura qui si sente, mettendo in un angolo l'organo di Stermieri. Se da una parte sono scontento degli indirizzi di Stermieri sull'Hammond, da un'altra non posso fare a meno di evidenziare l'ottimalità del risultato di gruppo, che musicalmente offre mainstream jazz decisamente sopra le medie. Le melodie composte da Stermieri sono azzeccate (uno dei punti di forza del lavoro) e la fragranza aumenta nel momento in cui si aggiungono le potenzialità degli ospiti: Cristiano Arcelli al sax in Dro e Gaia Mattiuzzi nella versione tonale di Schliesse mir die Augen beide di Alban Berg. Più che Berg c'è voglia di mettere in piazza l'ideatore di quel testo, Theodor Storm, un novellista tedesco ispirato da una celata sensualità descrittiva. Ad ogni modo, la verità è che si guadagna molta disponibilità all'ascolto in Smut! Clock! Spot!, a beneficio di un suono corale, che giace in un jazz trasversale e denso, riscontrabile in tutte le fasi della raccolta.



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