Translate

martedì 28 marzo 2017

Arthur Blythe

Talento precoce al sassofono alto, Arthur Blythe conobbe la sua prima affermazione grazie all'associazione di Horace Tapscott (l'UGMAA) che lo accolse come una star nel quintetto di The Giant is awakened nel 1969: già allora Blythe si imponeva per la padronanza e il fraseggio allo strumento nel clima speciale che si respirava in California per via delle innovazioni di Ornette Coleman. Tuttavia la conoscenza del miglior Blythe si potrà fare solo quando il sassofonista si trasferirà a New York per suonare con Chico Freeman e con i suoi improvvisatori preferiti. La discografia di Blythe ci permette di ascoltarlo nel 1977 durante un concerto svoltosi al Brook nel febbraio di quell'anno, che poi venne diviso in due LP distinti: si tratta di The Grip e di Metamorphosis. La formula da collaudare è tecnicamente quella di Charlie Parker e John Coltrane, cercando di alzare il livello dell'approfondimento su alcuni fattori: Blythe cerca un compromesso tra il free jazz, la tradizione jazzistica e un'improvvisazione creativa, che liberamente ed al pari di un quadro astratto, sia anche in grado di ricomporre pezzi del passato: avvalendosi di musicisti come Abdul Wadud al cello, il fedelissimo Bob Stewart alla tuba, Ahmed Abdullah alla tromba, Steve Reid alla batteria e Muhamad Abdullah alle percussioni, domina il quadro sonoro con un'eccitante espressività giocata sull'aggressività del fraseggio, ponendo sotto una nuova luce gli acuti e il vibrato; soprattutto in Metamorphosis, uno dei più bei dischi di free jazz dei settanta, si avverte una nuova pulsazione nella storia dello stile del sax alto; composizioni originali, spirito creativo e schegge reimpostate/ricomposte di jazz sposano un clima da arte libera dello strumento, dove si cercano di scoprire inusuali combinazioni tra strumenti diversamente indirizzati dalla storia (tra sax e cello, o sax e tuba). Con Stewart e Abdullah costruisce su quella falsariga stilistica anche il primo disco in studio, Bush Baby, dopodiché inizia un periodo di continui capovolgimenti, in cui l'artista vuole sperimentare qualsiasi soluzione possibile: ciò che però emerge con sostanza è l'attenzione per un free jazz che non deve dimenticare la tradizione: se un album straordinario come Lenox Avenue Breakdown (con un organico che sfrutta le provvidenze della Columbia in tema di artisti e produzione) propone un vibrante concetto di voglia di ammodernamento del jazz, operazioni come Bythe spirit affondano troppo nelle eredità del jazz; dove Lenox Avenue Breakdown esibisce un intelligente improvvisazione che sembra voler percorrere anche i sentieri avantgarde degli arrangiamenti (la seconda parte di Odessa può tranquillamente stare negli archives series di John Zorn), Bythe spirit è un saggio di bravura lasciato alla mancanza di innovazione. Arthur sperimenterà ancora con l'elettronica, si unirà a formazioni importanti che vogliono gustare quella solidità tradizionalista che negli anni ottanta è nettamente più in vista dell'avanguardia nel jazz (vedi il gruppo dei Leaders formato da Freeman, lo Special Edition di DeJohnette o il World Saxophone impattato dopo la morte di Hemphill) e più avanti, senza mai perdere in potenza e prestanza tecnica, si ritaglia uno spazio persino nella fusione della formazione di Joey Baron. Tuttavia la mancanza di una dimensione definitiva e totalmente riuscita affligge l'irreprensibile bravura (con rimpianto si ascoltano le splendide emissioni di Retroflection, un live al Village Vanguard del '93): tante forme cangianti con l'occhio che non si posa mai da nessuna parte. 
Il mio ricordo è ovviamente sbilanciato a quella prima parte del suo percorso ed è conseguenza del mio modo di ragionare sugli argomenti. Temo, però, che quella parte che ho delineato e soprattutto il timing di Metamorphosis, siano elementi predestinati a durare nel tempo. 


Nessun commento:

Posta un commento