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martedì 14 febbraio 2017

Una possibile cifratura del primo free jazz francese


C'è qualche trascuratezza nelle intenzioni di coloro che si stanno rioccupando del primo free jazz/improv francese. Il problema è nell'individuare di cosa si sono serviti gli improvvisatori francesi e di cosa abbia ispirato il proprio materiale. In un paragrafo del libro Music and the Elusive revolution di Eric Drott, nonché nel bell'articolo di Clifford Allen su All about jazz (che puoi leggere qui), ci si riappropria brevemente della storia musicale del free jazz francese, condividendo il suo nascere discografico con Free Jazz del pianista Francois Tusques; in quel cd pubblicato nel 1965, si delineava anche un cospicuo giro di musicisti che saranno i protagonisti di quel fermento (Michel Portal, Francois Jeanneau, Bernard Vitet, Bernard Guérin, etc.); a ben vedere, le fonti citate rimarcano il carattere politico delle improvvisazioni, che diventarono una specie di involucro sonoro perfetto per scaricare rabbia e contestazione, specie quando montò su il Maggio Francese qualche anno dopo (1968). Brani incolti e lunghe cavalcate d'assieme accompagnavano la filosofia di Tusques, che se da una parte richiamava il free jazz americano, dall'altra ne forniva delle differenziazioni a livello di stile (di Tusques si gradiva moltissimo quel pianismo subdolo, spesso incentrato in accordi laschi e modali, con introverse variazioni tra Taylor e i suoni raccolti in un corteo). Se il collegamento politico che nutre la sua ispirazione è una costante che non può essere confutata, ci si chiede anche se sia possibile enucleare dalla sua musica un'autonomia che attinge a fattori esclusivamente francesi. 
Siamo agli albori degli anni settanta e la Francia è già da tempo un punto di riferimento per le arti e per un certa tipologia di musica: oltre ad essere il caffè letterario per eccellenza, ed essere stata la prima nazione ad accogliere con buon senso le migrazioni ex-coloniali, è anche il paese di Boulez e delle sperimentazioni elettroacustiche. Michel Portal, nella sua carriera parallela come performer classico, era stato il protagonista esecutivo di Domaines, solo flauto del celebre compositore francese. Il clima che si respira in Francia è dunque la chiave di volta per attribuire un significato estetico ulteriore alla deviazione intrapresa dal free jazz di Tusques, Portal e di tanti altri, come il frutto di una nuova condensazione di elementi: una circostanza che, a quanto pare, viene quasi completamente criptata dalla critica e dagli storici nella sua profondità di vedute. A mente fredda si può affermare che Le Nouveau Jazz (termine usato da Tusques per un suo album del '67) in terra di Francia, comincia ad essere tale allorché si riveste dell'interesse verso ulteriori elaborazioni della conosciuta miscela di free jazz che attraversa le istanze del periodo; si potrebbe parlare di una dimensione letteraria sperimentale e nazionalistica, suscettibile di pregiudicare gli ascolti con i suoi eccessi. E' un esercizio culturale che aderisce al cambiamento delle strutture sociali francesi che rivendicano un loro primato anche nell'improvvisazione; è, dunque, un connotato che si può contrapporre a quanto teorizzato a proposito dei possedimenti offerti dalle varie scuole nazionali del free jazz, quando per il free jazz tedesco si indicava la radicalità e la dissonanza, per quello inglese l'impianto asettico, per quello olandese e belga la teatralità, per quello italiano l'avvicinamento melodico. La novità sta nel fatto che non è cabaret, non vuole procurare spettacolarità teatrale a tutti i costi (la drammaturgia prevale sull'ironia), miscela strumentazione jazzistica e strumentazione etnica, porta empatie trasversali tra l'emotività della chanson e le glacialità del canto in scena.
In quegli anni una serie di progetti, di cui oggi non se riporta a sufficienza la memoria, plasmano questi principi: separati o in compresenza, i due elementi che entrano in cointeressenza sono le sintesi etniche e i legati filosofici che derivano dalle forme sviluppate dall'esperienza estetica francese contemporanea (musica, teatro, danza, circo, etc.). Da una parte gli improvvisatori usano formule più o meno ampie di contenuti popolari e tradizioni folkoristiche: ad esempio, Portal usa il zoukra in Our Meanings and feelings, e, in linea generale, matura l'idea di un "folklore immaginario" calibrato nella sostanza, dando vita anche ad un'iniziativa relativa, l'Arfi Move di Lione; altro esempio è quello di Tusques, che si addentra nella tradizione bretone in Aprés la marée noire, fornendo un canovaccio di intesa mai sentito prima. D'altra parte, le eredità derivanti dalla trance letteraria vengono vissute invece attraverso le Theatre du Chene Noir di Avignon di Gérard Gelas, le sperimentazioni di Jacques Berrocal e di Bernard Vitet e i lavori mirati di Colette Magny.
Questo tipo di improvvisazione è stata molto più importante di quanto si pensi, non una luna che svanisce, poiché è stata in grado di creare un potente fattore di trasmissione: la seconda generazione di improvvisatori francesi ne sarà assorbita e non si può certamente invocare il caso quando all'orizzonte comparve una contrabbassista eccellente come Joelle Leandre, in grado di costruire delle vere e proprie drammaturgie estemporanee ed urbane dell'improvvisazione (Taxi).

Discografia ragionata:
-Francois Tusques, Free jazz, Disque Mouloudji, 1965 
-Michel Portal, Our meanings and our feelings, Pathé 1969
-Francois Tusques, Intercommunal Music, Shandar 1971
-Raymond Boni, L'oiseau, l'arbre, le Béton, Futura 1971
-Jean Guérin, Tacet, Futura 1971
-Bernard Vitet, La guepe, Futura 1972
-Jacques Berrocal/Dominique Coster/Roger Ferlet, Musiq musik, Futura, 1973
-Michel Portal Unit, A Chateauvallon, No, No but it may be, Le Chant du Monde, 1973
-Colette Magny, Transit, Le chant du monde 1975
-Francois Tusques, Aprés la marée noire - Vers une musique bretone nouvelle, Le chant du monde 1979
-Joelle Leandre, Taxi, Adda 1982‎


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