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domenica 27 aprile 2014

Procedimenti modulari nel prog

Il progressive rock degli anni settanta possedeva più anime: se quella melodica spesso balzava all'evidenza, ve ne era un'altra più oscura che si creava grazie a bassi potenti e pulsanti, drummings efficacemente e costantemente in controtempo, ed assoli di chitarra o tastiera drammaticamente epurati di qualsiasi intento espressivo: un patchwork che trasferiva nell'ascoltatore il senso del colore del "nero" molto meglio di un sinesteta. Sebbene questo modus operandi ricorresse in molte produzioni di gran parte dei gruppi progressive di quegli anni, in realtà un uso palesemente espressivo di tale pratica, si venne a creare a metà dei settanta dopo la svolta che i King Crimson presero con "Larks' tongues in aspic": quelle tinte forti ed invasive si fecero sempre più chiare e divennero per molti gruppi un esempio stilistico. Questi magma ritmici (che pagavano un tributo anche alle sperimentazioni dei primi Pink Floyd) accompagnavano le opere dei Van Der Graaf Generator, degli ELP (specie quelli del periodo Tarkus) nonchè di gruppi al confine con il jazz come i Mahavishnu Orchestra di McLaughlin. 
Quello che è successo negli ultimi trent'anni nell'àmbito del prog-rock non lascia spazio a dubbi circa il proliferarsi di questi momenti oscuri ed affascinanti al tempo stesso, ma un aggiornamento di queste tendenze che fosse qualcosa di più di un plagio è avvenuto solo quando alcuni musicisti provenienti da aree musicali non strettamente attinenti al rock hanno costruito, nei novanta, attorno a quei suoni, dei veri e propri progetti architettonici  di stampo minimalista. Fu un aspetto che il mondo post-moderno della musica creò attorno alle figure di gruppi influenti come gli australiani Necks o dei Ronin di Nik Bartsch, in cui i musicisti provenienti soprattutto da esperienze jazzistiche o comunque con una formazione adeguata a quel genere, si adoperarono per stabilire nuovi punti di contatto che superassero i confini del concettualismo tra generi. In questi seminali episodi capaci di erogare strutture musicali con motivi incastonati in moduli precostituiti, con una scansione ritmica tipica e suonati nella sostanza del vangelo della ripetizione minimale, c'è probabilmente uno degli elementi di novità della musica degli ultimi decenni che non ancora è stato compreso. 
La modularità mancante (la più semplice) era quella da costruire intorno ad una struttura rock: è quello che i Sonar stanno tentando di fare. Il loro ultimo album "Static Motion" che si basa su un intelligente e preordinato progetto di moduli sonori che invita l'ascoltatore attento a procurarsi un significato anche su tritoni armonici e linee isoritmiche, rischia di essere trascurato se visto nell'ottica dei risultati e non nell'idea creativa: quella sensazione di prolissità che pervade la loro seconda prova discografica su Cuneiform R. va parametrata all'ampiezza delle ambizioni dei quattro musicisti; qui è come se la "Fracture" dei King Crimson fosse stata campionata e ordinata in celle musicali senza ricorrere a quella geometria variamente configurata che il post-rock ha carpito nei suoi sviluppi. Una cosa non da poco visto il generale comeback stilistico che da tempo affligge l'odierno settore musicale del progressive.

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