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sabato 30 marzo 2013

The next day di Bowie


....Grande personaggio, ma povero musicista: dire che Bowie è un musicista è come dire che Nerone era un suonatore di lira (fatto tecnicamente vero, ma fuorviante). Bowie incarna la quintessenza dell'arte artificiale, innalza la futilità a paradigma, esalta il fenomeno invece che il contenuto, rende irrilevante il rilevante, e, pertanto, è l'epitome di tutto ciò che è negativo nella musica rock...
-Piero Scaruffi, nella scheda dedicata a Bowie del suo sito.

...Bowie è anche la prova definitiva che la critica rock è una scienza inesatta. Nessuno come lui ha fatto accapigliare critici e pennivendoli del globo. Oggi, all'alba di un nuovo millennio, sono rimasti davvero in pochi a contestarne il ruolo di innovatore e precursore del rock. Pochi, e spesso in malafede. Perché Bowie è tra i più amati, ma anche tra i più odiati miti della musica popolare contemporanea. Difficile da metabolizzare - specie per le frange critiche meno provviste d'ironia - il suo atteggiamento da primadonna altezzosa, ma soprattutto la sua eterodossia rispetto ai sacri dettami del rock: il suo uso spregiudicato dell'immagine, la sua ostentata artificiosità, il suo voler essere artista d'avanguardia vendendosi al pubblico come una starlette di Broadway ....."
-Claudio Fabretti in Ondarock, Il dandy che cadde sulla Terra.

  
Ho messo questi due autorevoli pareri a confronto per farvi notare come David Bowie sia considerato personaggio controverso (e non solo musicalmente). Bowie, con tutte le notabili differenziazioni del caso, potrebbe essere paragonato al Miles Davis del jazz: non sono pochi a pensare che Davis non fosse un granchè come trombettista e che la sua bravura confidava soprattutto nel fatto di saper cavalcare le mode in tempo utile; Bowie ha fatto lo stesso: la moda del rock spaziale, il glam-rock, l'elettronica berlinese, il funk e la musica danzabile di stile, la riscoperta del blues negli anni ottanta, il boom dell'industria cinematografica collegata alla musica, etc. sono stati fattori caratterizzanti prima della stasi post-novanta: la sua carriera è costellata da pochi e sconcertanti episodi discografici e poi da un buio compositivo quasi totale tanto che nasce legittimamente il dubbio se le canzoni del periodo migliore avessero realmente la forza di imporsi per la loro scrittura oppure fossero rimarchevoli per la validità degli arrangiamenti e delle produzioni dei personaggi che lo affiancavano: (si pensi a Mick Ronson tra "Ziggy" e "Pin Ups", a Brian Eno nella duologia da infuatuazione elettronica di "Low" e "Heroes", a Steve Ray Vaughan e Nile Rodgers nell'era del blues, della videomania e delle sovraincisioni in "Let's dance", a Pat Metheny nella disillusione cinematica di "This is not America", etc.). Io voglio pensare a Bowie come ad uno splendido cantante dal timbro vocale indiscutibilmente originale, forse non particolarmente riproducibile (motivo per cui non viene ritenuto di grande influenza per le nuove generazioni), con una scrittura purtroppo decisamente non costante nella qualità, che non avrà avuto il merito di essere prodromica negli intenti, ma che ha contribuito a fissare quello che io chiamo uno "standard" di riconoscibilità di un musicista o di un genere e/o quell'idea di appartenenza ad un movimento (ed il mio pensiero è soprattutto ai giorni di "Ziggy Stardust" o "Heroes"). Una reticenza di una certa critica rock è quella che di non evidenziare i casi di mancata coerenza artistica: anche i più venerabili musicisti hanno costruito discografie senza il requisito della costanza, spesso con lunghe pause che rivelavano mancanza di ispirazione o voglie di soddisfare richieste dei discografici. Bowie non si esime da questa considerazione. Perciò la sua produzione va ricomposta con una cesoia che spazia in tutta la sua carriera, forse mettendo da parte anche istanze extra-musicali che francamente fanno fatica ad emergere in maniera chiara.
"The next day" interrompe un silenzio che forse a molti non interessava, ma è un prodotto Bowie-style di quelli che riescono a metà nell' impresa di convincere: data la situazione che oggi circola nel rock, avere un "pezzo" nuovo di Bowie è la risposta ad un processo di santificazione inesatto, poichè è forte il pensiero che nel rock la qualità si sia appiattita se non scomparsa, e che siano rimasti solo i vecchi "dinosauri". Fosse uscito ai tempi di "Alladin Sane" questo "The next day" sarebbe stato considerato tra le sue migliori prove; ma la cosa che più colpisce è che anche stavolta Bowie non ha abbracciato nessuna nuova moda, ed in tal senso questo mal si concilia con l'intenzione di "oscurare" il passato così come risulta dalla copertina impietosamente cancellata da un riquadro che vuole guardare al futuro; anzi, si può mettere in discussione l'evidente età anagrafica stabilita dal progetto, specie se pensiamo a "Heroes" e a quello che rappresentava in termini musicali. Ma quelle semplici e risapute miscele della sua voce con chitarre ronzanti, organi vintage e batterie in levare, sono state molto più resistenti all'usura del tempo di tutto quello che abbiamo ascoltato nell'indie-rock degli ultimi vent'anni, anche se non sono disposto a credere che il futuro degli eventi musicali così come prospettato da "The next day" possa guardare indietro. Proprio no.

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