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martedì 5 marzo 2013

Terry Allen: forse un minimalista?


A dimostrazione che l'arte può essere anche rinvenuta in generi bistrattati (perchè popolari o non idonei), nella musica country uno di coloro che ne ha dato una prova in senso positivo è stato Terry Allen. Sebbene ancora oggi venga preso con molte riserve, Allen ha costruito musicalmente qualcosa che esula dalla considerazione di molti che ritengono che la sua creazione fosse casuale, inconsapevole, che si riducesse solo all'abbellimento musicale e null'altro: scoperto e recensito positivamente agli esordi dalla rivista specializzata L'Ultimo Buscadero di Paolo Carù (che ne tesseva le lodi contro un popolo di scettici), Terry Allen ha una inequivocabile importanza per la musica country per più di un motivo; texano, appassionato di arti visive, cercava di trasferire in musica le immagini spettrali e assolate della sua terra, delle vicende degli uomini che la abitano, con un particolare influsso dato al suo racconto: "Juarez" il suo primo album ufficiale registrato nel 1975 era un'accompagnamento musicale ad una installazione su opere d'arte in cui eventi "normali" si trasformavano in inseguimenti o violenze, sostenute musicalmente solo dalla sua voce quasi dimessa dagli avvenimenti, e da un piano/chitarra di poche note ripetute e rallentate; come afferma Fabio Cerbone nella recensione di Juarez su Roots & Highways "......... tutte le canzoni si dipanano seguendo il percorso di due coppie attraverso Southern California, Colorado, e Messico. Racconti ai margini della società, popolati da perdenti e fuorilegge. Sono dei reietti, spinti ai margini del sogno americano, i protagonisti di Juarez: un ex-marinaio, una prostituta di Tijuana, un meticcio di Los Angeles e la sua ragazza. ...."Allen mostrava sùbito il suo unico stile, che dal "country" ne prendeva le fondamenta ma dandone una visione "cinematica" impensabile per quei tempi: l'aspetto caratterizzante e nuovo sta nelle pieghe della sua musica: non solo scrittura tradizionale ma anche un'intelligente trade d'union artistico tra musica country e minimalismo sonoro, quando quest'ultimo era ai suoi albori: Terry ne aveva carpito l'essenza utile per completare il suo disegno, abbinando alla popolarità della sua musica qualcosa che ne era estraneo ma perfettamente complementare. Un tentativo così personale ed intimo che le generazioni successive fecero persino fatica a replicare, un'aggiornamento essenziale del country posseduto dalla eterna propensione a non volersi mischiare in acque non amiche e rimanere nella purezza originaria; tuttavia è innegabile che quella di Allen costituirà per sempre una delle migliori espressioni ottenute dalla musica popolare statunitense; in realtà Allen fece evolvere il country sotto due punti di vista rilevanti: da una parte la carica intellettuale delle sue canzoni era il miglior viatico all'introduzione della sostanza sonora del minimalismo e dall'altra l'intensità dei temi trattati in quegli anni lo poneva nella scia del movimento di rinnovamento degli "outlaws", un fenomeno invero dai risultati alterni, in cui rientravano nomi illustri come Willie Nelson, Johnny Cash, Waylon Jennings e tanti altri; per la prima volta il country sùbiva una specie di scisma, con musicisti che, senza rinnegare le origini musicali, avevano rifiutato l'estetica del country di Nashville e sposato quella del rock, riprendendone parzialmente la filosofia (cultura hippy, critica della società dominante, asprezza dei temi). 
Il successivo "Lubbock (on everything) del '79 fornirà la sua consacrazione allargando gli orizzonti musicali; si tratta di un doppio album (vinile che custodisco con gelosia), in cui si estrinseca un artista totalmente "U.s.a", ironico e allergico alle convenzioni, immerso però nelle sue tradizioni musicali, con un beat dato al racconto inconfondibile: quelle ripetizioni "semplici" (che a volte si allungano in maniera spropositata ma geniale) sono i suoi "sfondi" artistici.  Ma in "Lubbock" c'è la genialità di mettere assieme le essenze: quella della filosofia hippies-blues alla Little Feat, dell'influsso folk-poetry di un Leonard Cohen, della belle epoque francese, del confine messicano, dei ritmi sudamericani, del rock'n'roll, del doo-wop, del jazz delle origini, etc. e il progetto d'insieme rivela quelle aperture alla pop music che saranno il fondamento di tutto l'alternative country. Come in tutte le favole che si ammorbidiscono con il tempo, Terry però dopo "Smokin' the Dummy" (una raccolta che viveva ancora del riflusso di "Lubbock"), da "Bloodlines" in poi perse in dosi elevate il pastiche stilistico (e parzialmente la freschezza della proposta) procedendo verso un'evitabile standardizzazione, diradando le pubblicazioni e prestando il fianco alle critiche di coloro che al proposito millantavano il fatto che Terry si stesse dedicando con più impegno alle attività multimediali; quello che invece sicuramente non lo abbandonò mai era quell'incipit di piano e voce che nel validissimo "Human Remains" si reimpose, in cui si afferma una scrittura country-rock aggiornata ai tempi di Joe Ely e Lucinda Williams, ma dove anche si ascolta finalmente una orchestrina dixieland in "That kind of girl". 
"Bottom of the world" riprende più o meno da dove ci aveva lasciato "Salivation", l'ultimo suo album risalente a quattordici anni fa: nonostante l'età avanzi, Terry si indirizza su una scrittura nuovamente concentrata sulle asprezze di contrasto attuali del country odierno, con i tratti tipici del suo stile (rispetto a Salivation c'è un ambiente più rilassato, quasi acustico) e con alcuni brani rappresentativi (la title-track, "Emergency Human Blood Courier", "The Gift") che emergono dalla passività dell'ispirazione.

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