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lunedì 4 marzo 2013

Punti di contatto con la tradizione jazz: Jesse Stacken


La capacità di fondere frammenti stilistici appartenenti a generi diversi non è una prerogativa comune, specie quando si incontrano generi "nobili"; ed inoltre la sintesi spesso non è avvertibile dagli utenti specie quelli non in possesso di un adeguato background culturale in seno alla musica. Jesse Stacken, uno dei più talentuosi pianisti di New York incorpora una delle più convincenti formule appartenenti alla precedente considerazione: con un evidente substrato di proprietà accademica, Jesse fornisce un prodotto di risulta che sta tra le angolature di Thelonious Monk, il pianismo impressionistico del primo novecento e, a tratti, le oscure e dinamiche attraversate sonore di Paul Bley; Stacken, amante soprattutto delle formazioni in trio, si mise in evidenza in "That that" con altri due promettenti astri nascenti del jazz, il contrabbassista Eivind Opsvik e il batterista Jeff Davis; in quell'album Jesse dava subito l'impressione di essere uno dei più interessanti aggiornamenti al post-bop: la particolarità era da ricercare, non solo (come già detto) nella sintesi stilistica trovata, ma soprattutto nei "profumi" di quella sintesi; brani come "Sad sidewalk" o "North shore" emanavano un tenore riflessivo ragguardevole, una capacità di attanagliare in poche note i ricordi con un'eleganza unita ad una capacità descrittiva che inevitabilmente portava alla memoria i bozzetti del trio di Bill Evans. Ma Jesse non era nè un codificatore e nè tantomeno un imitatore, bensì un musicista dotato di una sua sensibilità, con un suo grado di originalità che evitava i luoghi comuni del jazz e gli appesantimenti di un approccio che, invece, brilla per la sua compostezza, per il sentimento profuso. L'esperienza di "That that" fu talmente premiante che incoraggiò Stacken a continuarla in "Magnolia" e nel recente "Bagatelles for trio" che cerca di avvicinare il mondo jazzistico di Jesse a quello più formale e, nel suo caso più impalpabile, della musica classica. 
Quell'evocazione di sentimenti dubbiosi ma pieni di speranza sono stati anche l'asse portante del suo progetto di ricomposizione di standards jazzistici assieme al cornettista Kirk Knuffke: i due hanno pubblicato fino ad adesso tre episodi discografici in crescendo di valutazione, in cui la parte ricercata di vari jazzisti famosi del passato (Monk, Ellington, Mingus, Lacy, Mengelberg, etc.) viene riprodotta con la stessa sensibilità, dove il talento rimarchevole di Knuffke (uno splendido uso "patetico" dello strumento) si affianca nelle prerogative e negli scopi al pianista americano. "Like a tree" con l'aggiunta estemporanea del vibrafonista Kenny Wollesen e di un repertorio anche free jazz, offre quanto di meglio vi aspettereste da una reincarnazione in modalità "classicista" di Monk e una versione "morbida" di Gillespie e, l'attrito tra l'evanescente e il drammatico, ricorda (in transfer sugli strumenti) quasi le loquaci sofferenze vocali di Billie Holiday; poi nel "Saturn" di Coltrane emerge anche una sorta di prevaricazione verso le tappe pianistiche a cascata di McCoy Tyner (un'ulteriore influenza su Stacken). Un vero piacere per le orecchie e un recupero di sonorità brillanti che, nell'incalzante modernità di proposte ormai arrivate in quantità all'asfissia, sembrava quasi perduto.


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