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giovedì 21 marzo 2013

Noise e sperimentazione alla Pan di Bill Kouligas

La pratica della sperimentazione ha radici in quel fenomeno che ad un certo punto si verificò nell'aumentata comprensione della libertà di espressione dal contesto senza più regole: nel corso degli ultimi cinquant'anni si è assistito ad una esplosione di musicisti che in nome della ricerca sui suoni hanno cercato di espandere i confini prestabiliti di qualcosa che fino ad allora si prestava a generalizzazioni. Come in tutti i fenomeni globalizzati della seconda parte del secolo passato, vi furono determinate aree di attrazione dove quest'attività di sperimentazione fu applicata, che passava pressapoco per le grandi città metropolitane del mondo (New York, Chicago, Parigi, Londra, Berlino): nonostante oggi la situazione si sia fatta più frammentata nell'offrire scene che si sviluppano anche in città minori, la carenza di interesse generale verso esperimenti eterogenei che coinvolgono spesso elementi musicali dei più disparati e trasgressivi, spinge per una riallocazione nei grossi centri. Bill Kouligas, cittadino greco studente a Londra di grafica e musicista elettronico, partecipò alla complessa scena londinese post-punk ed industriale di fine secolo nel risvolto indirizzato alla sperimentazione elettroacustica e a quella tendente alla manipolazione del noise: le ottime conoscenze di Bill (Evan Parker fra tutte) furono saldamente mantenute intatte anche quando Bill si trasferì a Berlino: è qui che nel 2008 ricompose tutti i pezzi della sua vita professionale per dare vita al suo progetto: apre una propria labels, la Pan R., utilizza con molta parsimonia l'uso del cd, privilegiando i vecchi formati in vinile, realizza esso stesso la grafica delle copertine degli albums (con una uniformità che garantisce la provenienza) ed invita tutti i suoi amici sperimentatori ad incidere per la sua etichetta. Oggi con quasi quaranta titoli al suo attivo, Bill ha delineato realmente un suo suono, poichè aldilà della generica affiliazione alla scena sperimentale e noise del nord Europa, Bill attraverso i suoi artisti, ha saputo creare degli umori (espressione dell'intimo attuale degli improvvisatori) depressivi, oscuri, a tratti quasi repellenti, ma che inconfondibilmente nascondono un legame nel background formativo dei partecipanti e uno status ricercato di arte che spesso è innegabile.
E' risaputo che questo tipo di rappresentazione artistica è una delle più rischiose, ma se non ci fossero stati personaggi con queste caratteristiche, come si potrebbero trarre delle riflessioni sul punto di arrivo di certe esperienze musicali? Nell'attività degli artisti della Pan R. potete trovare in maniera distinta quasi tutti gli aspetti che hanno condotto alla nostra misconosciuta modernità musicale: dall'utilizzo incongruo degli strumenti al computer, dalle interazioni elettroacustiche alle più impensabili installazioni, dall'elettronica in tutte le sue forme antiche e moderne (dai nastri ai software attuali) al drone usato con chiavi industriali o concrete; tutto lascia pensare che una delle vie della musica futura potrebbe passare anche da queste risorse, a patto che contenga le giuste dosi di creatività e trasporto. Kouligas inaugurò la Pan con il progetto Family Battle Snake, costruito sulla manipolazione del rumore di frequenze (memore degli esperimenti di Eliane Radigue e Charles Dodge) con un trattamento "sospensivo", che incute timore, dove costruzioni elettroniche ci portano ad un livello di percezione nettamente sconosciuto, una popolazione di suoni striduli che si agita come sottofondo dei pensieri degli uomini, solo che è una macchina (il sintetizzatore seppur regolato) ad esprimerli. Molti di voi mi contesteranno la validità artistica di queste rappresentazioni, magari pensando all'effetto di qualche ora passata sotto uso di stupefacenti, ma aldilà del fatto che non siamo in presenza di quel caso, gli stessi mi dovranno spiegare come mai questo pensiero perverso non scatta in brani incommensurabili come ad esempio "Dark star" dei Greatuful Dead. 
Nella Pan hanno inciso molti "visionari" della musica odierna, ognuno con un progetto specifico: si va dal citato Evan Parker a Keith Fullerton Whitman (a cui dedicai già un articolo nel passato) fino a Peter Rehberg (fondatore della Mego a Vienna) e Marcus Schmickler, passando da una serie di musicisti berlinesi ed alcune specificità inglesi ed americane: si va dalle escursioni timbriche ronzanti di Florian Hecker completamente computerizzate in "Sun Pandamonium" alle manipolazioni in stile Stockhausen di Frieder Butzmann in "Wie Zeit Vergeht"; così come si prendono in considerazione le installazioni "Cold Pin" del percussionista Eli Keszler (che vi immerge in una inaspettata e straniante esperienza sonora ottenuta in un grosso ambiente dove ad una parete sono attaccate lunghe corde di un piano che vengono sfiorate da ingranaggi posti a ridosso), all'insieme subsonico di "Venexia", una lunga suite confezionata sulla ricomposizione di rumori e suoni estesi irriconoscibili dove si uniscono alcuni primi attori del noise come Mika Vainio (Pan Sonic) personaggi del drone come Kevin Drumm e musicisti di free improvisation come Alex Dornel e Lucio Capece, che creano un agghiacciante rappresentazione della realtà veneziana; inoltre si incontrano gli approcci eclettici delle "Impossible Simmetry" di Helm (il londinese Luke Younger) o gli strani e catartici accoppiamenti tra voci preregistrate e effetti elettronici del parigino emigrato Ghédalia Tazartés in "Repas Froid", quelli di Heatsick (Steven Warwick) fondati dal nesso tra musica e sessuologia (con l'uso di una tastiera Casio e alcuni effetti di pedaliera) in "Intersex" e le sovraincisioni di sax attente ai multifonici e alle archittetture acustiche effettuate da Thomas Ankersmith e Valerio Tricoli in "Forma II".

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