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sabato 2 marzo 2013

La storia del jazz nella prospettiva globale di Zenni


Scrivere una ennesima storia del jazz, oggi, non è compito molto gradito dagli esegeti della musica poichè questo stimolo deve necessariamente passare dalla volontà dell'autore di ricostruire fatti, vicende che a prescindere dalla loro validità storica, possono subìre approfondimenti e richiedono analisi e ottenimento di dati difficoltosi: La "Storia del Jazz" di Stefano Zenni, vuole inserirsi con molta ambizione nel novero delle migliori edizioni dedicato all'argomento, laddove lo stesso doveva confrontarsi non solo con il gioiello dell'editoria jazz italiana (il voluminoso libro di 800 pagine di Arrigo Polillo), ma anche con le molte edizioni esistenti nel resto del mondo (soprattutto di radice statunitense). La diversità e la riuscita di queste opere spesso sta nel taglio voluto (si pensi al "Jazz" di John Fordham, attuale caporedattore delle rubriche jazz di The Guardian,  che scelse la prospettiva visiva fatta di immagini, foto e riproduzioni di copertine infliggendo così un colpo mortale alla descrizione); Zenni sceglie di adottarne uno modernissimo, che vede nell'analisi dei "flussi" globali il suo principale metro di comparazione: nell'ottica di una revisione degli eventi qui, per "flussi" si intendono tutti i legami e le relazioni che legano uomini, musica, generi, strumenti e persino pensieri; con un linguaggio chiarissimo anche nei momenti in cui si devono affrontare elucubrazioni di tipo tecnico (strutture musicali, semantica, estetica dei brani, etc.) Zenni illustra il suo racconto mettendo in evidenza i flussi migratori dall'Africa (in una sorta di vero e proprio studio demografico comparato) e le origini più profonde del jazz viste nell'ottica di un ampio approfondimento di stampo musicologico (suo vero punto di forza); Zenni snocciola tutta la storia di circa cento anni trovando ausilio non solo nella narrazione ma anche nella concretezza della musica individuando brani, albums o composizioni che possano esplicitare i concetti utilizzati (in tal senso si pongono i continui rimandi al suo "I segreti del jazz. Una guida all'ascolto" dove era presente un cd allegato, e ai brani scaricabili liberamente online dal sito apposito). Condividendo l'impianto organizzativo del libro, penso che allo stato attuale "La storia del Jazz" di Zenni si ponga come un punto di svolta della bibliografia storica sull'argomento, poichè incomincia a delinearsi un approccio quasi scientifico alla descrizione della materia: nel ricordo dei miei studi universitari durante la lettura ho avuto la sensazione ad un certo punto di trovarmi di fronte ad uno di quei manuali completi, ricchi di informazioni e con note che aprono ulteriori approfondimenti ugualmente importanti, che sono il frutto di un dispendioso lavoro di ricomposizione a cui spesso partecipano tanti soggetti (nei ringraziamenti Zenni, quasi a conferma di questa mia opinione, cita i suoi studenti). Perciò aldilà delle inevitabili "ripetizioni" che purtroppo coinvolgono attori e fatti, vi sono fattori "nuovi" legati ad una trattazione competente di aspetti poco o mai battuti da precedenti autori: le relazioni con la danza, la mappatura dei posti dove si suonava il jazz, gli incroci tra il jazz e gli altri generi musicali (argomenti che in questo libro trovano una loro prima e compiuta espressione). Stefano è uno dei più accreditati giornalisti e musicologi d'Italia e l'appartenenza come editor jazz nel mensile di cultura ed informazione musicale del "Il Giornale della Musica" è una dimostrazione dell'adesione all'indirizzo "multigenere" perseguito dalla rivista e la conferma di come oggi gli avvenimenti vadano affrontati con ottiche che devono evolversi e andare oltre la visuale compressa dell'appassionato di un settore musicale; tutti gli avvenimenti della sua storia del jazz vengono trattati con dovizia descrittiva e i ritratti dei principali big del jazz vengono affiancati dalla segnalazione di brani o albums di rilevante importanza, in modo da eliminare l'inconveniente di una discografia selezionata autonoma: la discografia importante, Zenni, ve la inserisce nel racconto.
E allora mi direte voi è un libro inattaccabile? Lo potrebbe essere solo per un diversa e soggettiva visualizzazione degli eventi o dei personaggi: se, come logico, ampie pagine vengono dedicate ai grandi jazzisti del passato, fornendo anche un'indispensabile guida per personaggi misconosciuti ma che andrebbero rivalutati, in altri momenti Zenni non dimostra la stessa cura per alcuni musicisti o per  alcune affermazioni che potrebbero non essere condivisibili (ad es. quando parla di "modalismo" di scuola ECM o quando enuncia che "....la produzione di Metheny con il suo Group degli anni Ottanta oggi appare di un gusto datato, non all'altezza di un talento peraltro innegabile....". Quello che sembra emergere dalla cultura di Zenni è un incoraggiante bisogno di purismo critico che se da un parte vi mette attentamente al riparo dal rischio di selezionare opere e musicisti con valore estetico di scarso contenuto, dall'altra rischia di non dare una valutazione altrettanto completa sull'evoluzione che il jazz sta attraversando negli ultimi quarant'anni: nonostante nella coda del libro ci sia un esplicito rifiuto di tracciare le direttive che il jazz sta compiendo (informazioni che comunque potrebbero essere anche colmate con un successivo volume)*, forse sarebbe stato ancora più innovativo allargare l'analisi sugli aspetti contradditori della contemporaneità, poichè nell'opera mancano argomenti di discussione su temi e personaggi della cosiddetta "free improvisation" (che pur esistono), e accenni vengono solo elaborati per esprimere le tematiche legate alle avanguardie (Zorn e filoni susseguenti) o quelle relative ai rapporti con i movimenti imparentati con la cosidetta "ambient music" che di riflesso conducono alle interazioni con l'elettronica e/o con il computer. Il libro apre solo a questi temi, dovendosi giustamente adattare agli scopi di una storia della musica jazz, ma questi temi non hanno già messo su una loro storia?
Tuttavia, questo mio unico rammarico non può sottacere all'idea di un libro su cui i prossimi scrittori di tutto il mondo dovranno confrontarsi.


Nota:
*Zenni rimanda ai recenti scritti di Claudio Sessa del 2009.

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