Translate

sabato 23 marzo 2013

Eberhard Weber: una ricostruzione discografica


Quando c'è da "fissare" stilisticamente il suono del basso nella epopea ab-origine della Ecm story il nostro pensiero va al tedesco Eberhard Weber. Dopo aver accompagnato Wolfgang Dauner per circa dieci anni in quell'avventura del free europeo (per la parte germanica), Weber conobbe i vertici dell'etichetta di Eicher (cominciando a suonare con Mal Waldron, Gary Burton, etc.) inserendosi nelle relazioni musicali di quei musicisti che stavano cominciando ad incrociare generi diversi e "spiriti" diversi: se dal punto di vista delle influenze si fa fatica a trovarne una, in quanto il suo basso elettrico aderisce alle nuove evoluzioni della "fusion" music che avevano liberato un certo grado di autonomia, l'introspezione di Pastorius non gli è estranea; ma Weber è anche un jazzista ed ha incorporato al contrabbasso lo stile riflessivo dei trii di Evans portati a verbo moderno da contrabbassisti come Gary Peacock. In verità non è solo l'afflato interiore e malinconico che affascina (come da migliore tradizione dell'etichetta di Eicher) ma questa predisposizione a mediare le tendenze, a rifarsi ad un idioma proprio che se da una parte parla un linguaggio per certi aspetti simile a quello di Pastorius e Peacock, dall'altra introduce una particolare inflessione che lo accomuna alle modalità operative dei suonatori di corde indiani: su uno sfondo di musica contemporanea intesa in senso ampio, Weber riproduceva nello spirito occidentale tecniche e sottofondi musicali che appartenevano anche all'Oriente, e, per raggiungere meglio lo scopo, effettuò anche alcuni accorgimenti ideando nella costruzione del suo basso l'inserimento di una ulteriore corda. 

Il suo primo album, "The colours of Chloe" (1973) è eclettico: il basso introduce spazi musicali riempiti con vari elementi: una formula prosaica di jazz-rock, con tracce di classica, spunti di synth o piano alla Riley, piccole escursioni prog, suoni come fotografie da cartoline, romanticismo new age, con il pianista Bruninghaus indispensabile partners di Weber. Il successivo "Yellow fields" (1975) inaugura la nascita di un gruppo che ospita oltre a Bruninghaus il sassofonista Charlie Mariano e il batterista Jon Christensen: il basso si avvita alla quintessenza tipica del sound Ecm, quello che ingloba fusioni musicali e pensieri mediorentali  dimostrando come l'avvicinamento del sound "nordico" a quello orientale (e in specie a quello indiano) fosse quasi naturale, una condivisione che si basava sulle relazioni tra suoni, fascino del mistero ed enigmaticità. "The following morning" (1976) chiarisce il motivo per cui Weber è la spalla ideale per Metheny e Garbarek: ricerca della composizione totale, un'attenzione maggiore ai suoni discorsivi del suo basso che proiettano mille riflessi, la tenue presenza dell'orchestra della Philarmonica di Oslo con celli e fiati dal timbro meditativo (corni e oboe) e soprattutto sprazzi di prodromica ambient music utile per documentare scenografie, paesaggi, disegni espressivi interiori da apprezzare per la contemplazione del mare, del cielo e delle bellezze naturali. "Silent feet" (1977) riammettendo il ritmo nella scrittura fornisce un dinamico approccio alla materia, che pur non modificando l'impostazione di base del tedesco, accentua come caso isolato la vicinanza del musicista a certa fusion più in debito con il rock che con le misure del jazz. "Fluid Rustle" (1978), sostituendo per la prima volta Bruninghaus con Burton e Frisell (ancora lontano dal suo approccio tipico), è come se racchiudesse la sostanza della sua musica in un palla di vetro; l'inserimento della vocalità impalpabili di Norma Winstone e Bonnie Herman rendono affascinanti queste lunghe divagazioni della realtà sensoria: mistero, viaggio onirico, compiacimento felice del vivere, sembrano favorire un interesse di Weber all'interazione dei suoni e ai suoi contrasti, che allontana i semi "classici" che pur l'avevano caratterizzato, deponendo in favore di una più accondiscendente democrazia con Burton. In "Little Movements" (1980) riaffiora la malinconia nordica e gli istinti polimorfi da dividere con Bruninghaus e Mariano e contemporaneamente recupera lo spirito jazz composito che sembrava essere stato accantonato in "Silent feet". Per Weber è un periodo di forte istigazione verso istinti cameratistici, con l'attuazione di esperimenti obbliqui (come le voci bisbigliate): mentre Frisell sta acquisendo il suo suono, i nuovi compagni di viaggio di Eberhard (McCandless, Lyle Mays e Michael di Pasqua) conferiscono alla struttura un tono maggiormente new-age; in "Later that evening" (1982) il livello è ancora alto ma quello che è evidente per molti è ormai il fattore novità.  "Chorus" (1984), con Garbarek al fianco è naturalmente esoterico e trasognato, mentre "Orchestra" (1988) ricaccia Eberhard nelle forti introspezioni dei primi albums ed è quasi totalmente incentrato sulle evoluzioni del suo basso con brani ridotti nella loro durata; è il tentativo ambizioso di avere il pieno controllo degli strumenti utilizzando solo l'apporto di una brass band. Intanto, le uscite discografiche si fanno sempre più diradate e passano cinque anni per "Pendulum" (1993) che ha caratteristiche simili ad "Orchestra" con un tenore complessivo che a tratti risulta più qualunquista. In evidente crisi di ispirazione, Weber aspetterà 8 anni per un nuovo disco che esce nel 2001 come "Endless days" (2001), di nuovo con Bruninghaus, McCandless e Di Pasqua: è evidente un nuovo turbine di innamoramento verso le forme della musica classica ("Concerto for bass", "for piano", "French" diary), ma forse le trame non sono poi molto lontane dal suo stile jazzistico. Emerge comunque il "Solo for bass", che indica un percorso che Weber non aveva mai realizzato. L'appagamento verso una personale forma di reinterpretazione jazz su base orchestrale viene compiuta con "Stages of a long journey" (2007) che fornisce versioni dei suoi classici accostando i suoi partners storici (Braninghaus, Burton, Garberek ed altri) alla Radio Symphony Orchestra di Stoccarda in una sorta di summa della carriera che sembra un commiato finale (circostanza determinata probabilmente anche dalle condizioni di salute che avevano gli avevano impedito di suonare il basso irrimediabilmente).
"Resumé" (2012) ha quindi fin dal titolo il compito di risollevare le sorti di Weber: undici anni dopo le sue ultime creazioni di "Endless days", Weber apre inaspettatamente ad una concentrazione sonora incentrata sul suo contrabbasso elettrico, un collage di esecuzioni tratte dalla sua attività live svolta fino a prima dell'infarto menomante, aggiungendo nel montaggio brevi sprazzi di sax (Garbarek) e percussivi (Di Pasqua). E senza farlo apposta, pubblica una delle migliori e più coerenti raccolte della sua carriera.

1 commento:

  1. post davvero molto bello, sono assolutamente d'accordo con te nel considerare Weber come uno dei bassisti/contrabbassisti più sottostimati che si ricordino, eppure ha saputo creare un suono e un linguaggio molto personale, l'ho visto suonare in concerto con Jan Garbareck anni fa .. un vero signore e un grand uomo!

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.